Viaggiatori inglesi in Etruria

D. E. Rhodes, Dennis d'Etruria D. H. Lawrence, Paesi etruschi

Gli inglesi, com’è noto, vantano una tradizione di viaggio davvero incredibile. Dai tempi del Grand tour, passando attraverso quelli gloriosi dell’impero, troviamo inglesi ovunque.

“L’insularità geografica e linguistica degli inglesi è una delle cause della loro attrazione-repulsione per l’estero” e comunque, “quali che siano le ragioni, il viaggio per i britannici, non è un lusso, è una cosa essenziale, appartiene alle cose essenziali della vita”. (1)

La voga del Grand Tour, esplosa nel ‘700, rispondeva ad esigenze di carattere educativo (e sappiamo bene quanto il secolo dei lumi fosse attento a tutto ciò che riguardava la formazione dell’individuo). Si trattava della pratica, in uso presso le famiglie aristocratiche, di mandare i propri rampolli a compiere un viaggio nei Paesi del Mediterraneo, a compimento nonché completamento del loro percorso formativo. Nel Grand Tour confluivano due tradizioni distinte: da una parte, la cosiddetta peregrinatio academica, ovvero il viaggio che il giovane studioso compiva, durante il Medioevo, nei maggiori centri del sapere, Bologna e Parigi, prima di terminare il proprio corso di studi. Dall’altra, il viaggio di iniziazione del cavaliere, che lo vedeva recarsi presso le varie corti ma anche verso i luoghi sacri meta di pellegrinaggio.

La scelta del Mediterraneo scaturiva dalla necessità di conoscere i Paesi che sono stati culla della civiltà occidentale, conoscenza reputata indispensabile per affrontare la vita. A questo proposito, è emblematico quanto afferma Cyril Fielding, il personaggio di un famosissimo romanzo di Forster, Passage to India: “Il Mediterraneo è la misura dell’umano. Quando gli uomini abbandonano questo prezioso lago… si avvicinano al mostruoso e all’eccessivo”.

Esiste un rapporto privilegiato tra il viaggiatore inglese e l’Italia, legato certo alla centralità del nostro Paese nel bacino di quello che non a caso venne battezzato come Mare Nostrum.

Esiste però anche una tradizione peculiare per ciò che concerne il rapporto tra gli anglosassoni e la nostra terra, ovvero l’Etruria, culla dell’antica civiltà Etrusca. Tale rapporto risale al XVII sec. quando Thomas Dempster, su incarico di Cosimo V de’ Medici, scrisse De Etruria Regali Libri Septem, che non venne però pubblicato perché non ottenne l’imprimatur da Cosimo. Nel secolo successivo un altro inglese, Thomas Coke, futuro conte di Leicester, acquistò il testo di Dempster e lo pubblicò dopo averlo revisionato. Questo libro diede inizio all’interesse degli inglesi per gli Etruschi, interesse esploso poi nel ‘700. Il banchiere Thomas Jenkins fu il primo tra i sudditi di sua maestà a visitare una necropoli etrusca, seguito da James Byres, che progettò un libro sulla storia etrusca, mai scritto. Ma fu l’incontro tra Gian Battista Piranesi e l’architetto scozzese Robert Adam a far nascere quel fenomeno culturale che fu definito Etruscan Taste ovvero il gusto etrusco. Tale gusto ispirò in Inghilterra (ma anche nel resto d’Europa) la realizzazione di decorazioni, mobili e argenterie. Accanto a Robert Adam, va ricordato senza dubbio Mr Wedgwood (si, proprio quello delle prestigiose porcellane) che nel 1769 aprì una fabbrica di porcellane chiamata Etruria nel bel mezzo della campagna inglese. Nel corso dell’800, lo strepitoso successo della mostra realizzata a Pall Mall, a Londra, dai fratelli Cempanari di Tuscania, la cui collezione di oggetti e sarcofagi etruschi venne acquistata dal British Museum, spinse molti inglesi a visitare i luoghi etruschi. Tra questi la signora Hamilton-Gray, autrice del libro: “Tour to the Sepulchres of Etruria in 1839“. Soprattutto però va ricordato George Dennis che, in compagnia dell’amico disegnatore Samuel James Ainsley, scrisse Cities and Cemeteries of Etruria. (2)

Proprio questa tradizione ha creato quella che Massimo Pallottino, il grande etruscologo italiano, ha definito “l’Etruria dei Letterati”, tipicamente inglese nonché romantica per il sentimento della natura che la pervade. Il paesaggio era infatti l’elemento principale attraverso cui i letterati e gli pseudo-studiosi si avvicinavano al mondo etrusco per trasfigurarlo, favoriti in questo dall’alone di mistero che ha sempre avvolto la storia di questa antica civiltà.

La targa posta dalla Società Tarquiniese d'Arte e Cultura sulla casa che ospitò D. H. Lawrence

Anche D.H. Lawrence, con il suo Etruscan Places, appartiene a questa tradizione letteraria e poetica, a proposito della quale Massimo Pallottino osserva: “c’è una Etruria degli studiosi ed una Etruria dei letterati”; è appunto a quest’ultima che appartengono i testi degli scrittori-viaggiatori inglesi. Sempre Pallottino sostiene che il vasto pubblico preferisce la “verità dell’immaginazione a quella della scienza”, cioè della ricerca storica. Forse perché, in una società iper-tecnologica come la nostra, c’è il desiderio di preservare gli ultimi misteri rimastici. Oggi però sappiamo che l’Etruscologia ha compiuto enormi passi avanti, svelando gran parte degli aspetti oscuridella storia straordinaria di questi nostri avi. Tuttavia, questa nostra terra d’Etruria continua a regalarci brandelli di mistero, proveniente da un passato sempre più lontano: risale infatti a qualche anno fa la scoperta di una nuova necropoli a Tarquinia.

Pare si tratti di tombe villanoviane risalenti al IX sec. a.C., cioè un periodo tardo ma immediatamente precedente quello noto come periodo Orientalizzante (VII-V sec. a.C.), durante il quale la civiltà Etrusca conobbe il suo massimo splendore. Come dire … il mistero continua.

1 Paul Fussel, “All’Estero. Viaggiatori inglesi fra le due guerre”, Il Mulino, 1988.
2 Lo storico Bill Thayer, appassionato della nostra terra, ha pubblicato alcune notizie sulla Provincia di Viterbo. Nelle sue pagine fornisce alcune informazioni interessanti e il testo del lavoro di George Dennis.

 

Testo della Prof.ssa Marina Cerquetti