San Giustino, compatrono

BREVE STORIA DEL COMPATRONO SAN GIUSTINO MARTIRE

di Romualdo Luzi

Nel 1775, sotto il pontificato di Pio VI, allorché si dette inizio allo scavo delle catacombe, furono scoperti numerosi corpi di martiri. Così come fecero tante altre cittadine dello Stato della Chiesa, anche Valentano richiese di poter avere e conservare le spoglie di un santo martire. Il papa accolse la richiesta del popolo di Valentano e attribuì al martire, presso la cui sepoltura non fu rinvenuto – oltre al simbolo del martirio – il patronimico che lo facesse riconoscere, il nome di Giustino.

La sacra reliquia, il cui viaggio avventuroso verso Valentano è raccontato in un raro documento a stampa che si pubblica qui in appendice, fu conservata presso l’Oratorio della Compagnia della Morte fino al 1781. In quell’anno, sistemato il corpo in un’artistica urna lignea, la reliquia, composta dai resti ossei ricollocati nella forma umana e rivestiti, insieme con l’ampolla del sangue, trovò la definitiva sistemazione nella nicchia posta sotto l’altare maggiore della Collegiata.

Va detto subito che San Giustino entrò nel cuore dei valentanesi in modo così speciale tanto che la sua festa, celebrata nella quarta domenica di settembre (solo per qualche anno trasferita alla domenica successiva al ferragosto) divenne la vera festa religiosa e popolare del paese.

Conosciamo il primitivo svolgimento dei tre giorni dedicati alla celebrazione della ricorrenza attraverso alcuni rari manifesti, stampati per l’occasione e affissi non solo a Valentano ma anche nei paesi vicini. Per l’anno 1817, attraverso l’avviso stampato presso la tipografia del Seminario di Montefiascone, apprendiamo che, accanto alle varie cerimonie religiose (canto dei Vespero, del Magnificat, della Messa solenne con panegirico e processione) si registravano spari di mortaretti, incendio di razzi sulla corda, innalzamento di brillante globo aerostatico, giostra del porco con l’animale dato in premio al vincitore, corse di cavalli barbari, macchina di fuochi artificiali.

La festa si concludeva il terzo giorno con Corsa sul Fantino, Arbore della Coccagna, giostra di bestie vaccine, globo aerostatico, girandola di fuochi. Tanta solennità, è scritto sul manifesto, sarà accompagnata sempre dall’armonia di numerosa scelta Banda.

Non molto dissimile la festa del 1840 (avviso a stampa della tipografia Monarchi di Viterbo). Alle varie cerimonie religiose e alle altre manifestazioni popolari si aggiungeva l’estrazione della Tombola col premio per cinquina in qualunque fila di Scudi DIECI, e per la Tombola Scudi QUARANTA.

Altra novità da segnalare: le corse di cavalli che sono state sempre una consuetudine della festa sia alla lunga (cioè con partenza dalla località S. Giovanni e arrivo sino alla porta del paese) che alla tonda (attorno all’alberata del Poggio, come fu fatto anche nel 1840), registrano – almeno per quell’anno una Carriera a vuoto (cioè una corsa con soli cavalli).

Anche per il 1840 la festa si concludeva con Incendio di Fuochi d’artifìcio circa un’ora di notte, e tutto renderà vieppiù grato il suono armonioso di detta accreditata Banda (quell’anno partecipava la Banda della Città di Acquapendente).

            Cosa si può aggiungere ancora: non molto in verità perché la festa di San Giustino, pur nelle difficoltà di alcune occasioni, è rimasta la festa religiosa-popolare che coinvolge la gente di Valentano. Alle cerimonie religiose tradizionali si affiancano manifestazioni sportive, spettacoli cosiddetti d’arte varia, concerti, sagre gastronomiche, con l’immancabile partecipazione del “Concerto Bandistico-Musicale Città di Valentano”.

Incisione della fine del sec. XVIII – G. Petri - Viterbo

INCISIONE DELLA FINE DEL SEC. XVIII – G. PETRI – VITERBO

APPENDICE

 

A TE / O MARTIRE GLORIOSO DELLA CHIESA / INVITTO CAMPIONE DI CRISTO / GIUSTINO / QUESTE TUE / A NOI SI’ CARE MEMORIE / IN QUESTO DI’ 25 SETTEMBRE 1881 / DEDICATO A CELEBRAR LE TUE LODI / LA RINASCENTE BANDA MUSICALE VERENTANA / SOLENNIZZANDO CON SOLENNE POMPA / LA TUA FESTA / IN ATTESTATO DI AMORE E DI FEDE / OFFRE E CONSACRA/

TERZINE

Per quattro lustri il sol l’annuo corso

Compir dovea, perché nel sen fuggisse

D’eterni tate il secolo trascorso.

 

Tempo di duol che l’universo afflisse,

Mentre l’empia di Francia ira fatale,

Al Vaticano ingiusta guerra indisse.

 

Qual successor di Pier, grande immortale,

Portava allor la triplice corona

Il sesto Pio, che da la papale

 

Sede destruso, l’accogliea la buona

Valenza franca; ‘ve del mondo esosa

Di lui volava ver l’eterea zona,

 

Santa del suo patir, l’alma gloriosa.

Mentre ei stava in poter, dal lungo oblio

Del tempo vorator salma gloriosa.

 

Vide sottrarre d’un campion di Dio

Dalle sante Ciriache caverne.

Non pietra scritta, né si rinvenio

 

Segnale alcun da cui potere averne

Nome o natale od il crudel martirio.

Coloro allor, che delle cose eterne

 

Posson trattar, colà si riunirò

Donde il gran Veglio col crollar le chiome

Tremar fé’ i polsi di color, che ardirò

 

Cozzar con la gran Roma, al cui sol nome

Paventaro le genti, e il cui potere

Tutte le forze contrarie ha vinte e dome.

 

Tuonò l’oracol dell’immortal Sere,

E i padri diero il nome di Giustino

A chi di giusto l’opre fé’ vedere.

 

Eco fedele, il ciel, nel suo divino

Libro li trascrisse, e più non lo cancella

Eternitate, che non ha confino.

 

Volar molte città di a tal novella

A pie del Sesto Pio per aver gloria

D’onorarlo fra lor: ma il ciel la bella

 

Sorte serbava a te: così vittoria

Compita avesti, amata Verentano,

Terra del mio natal, la cui memoria

 

M’è più che il viver cara! – onde il sovrano

Papale editto tosto a te s’invia,

Che t’invita a recarti in Vaticano

 

 

Per ricever la salma. – O patria mia

Quanto allor t’inondò gioia e contento! –

Pronto un drappel di dodici si avvia

 

Più robusti garzon di buon talento

A un sol tuo cenno verso l’alma Roma –

Oh voi felici appien, cui die l’evento

 

Sulle spalle portar sì dolce soma!

Vostro nome diranno ai pargoletti

Le madri e la virtù, ch’età non doma! –

 

Come fur giunti i prodi giovanetti,

Ratti volaro al tempio della Pace,

Ove s’ebbero il Santo – Oh come i petti

 

Fremerò a loro d’un amor verace

Al veder le sacre ossa! Oh come a gara

Volea ciascun sommettere il tenace

 

Suo dorso al pondo della sacra bara! –

Mossero alfin prendendo lor cammino,

Col prezioso tesoro inver la cara

 

Patria nostra. –  A Roma assai vicino

Erano ancor, che affaticati e stanchi

Dal viaggio e dal peso, a San Giustino

 

Così disser con fede: se or ne manchi

Del tuo soccorso, che farem più innante?

Soccomberem se tu non ci rinfranchi.

 

Dissero: e quel, che troppo lor pesante

Parea poc’anzi, in men ch’io noi dica,

Leggier si rese qual piuma volante.

 

Ringraziarono il Santo, e in lor l’antica

Fede destossi – il lor cammino intanto

Fino ad Arbano senza gran fatica

 

Protrassero, u’ fer sosta e dal lor Santo

Nunque d’un pie scostaronsi devoti,

Ma la fama veloce in ogni canto

 

Fé’ trapelar la cosa. I tetti vuoti

Di recente restaro: tutta accorse

Colà la gente fin dai vichi ignoti.

 

E nostro il Santo; allor fra loro insorse

Prepotente una voce, e gli altri ancora

E’ nostro ripeter. – Stavano in forse

 

I nostri d’impegnar lotta: ma allora

Si féo innanzi in venerando aspetto

Martinetti il prelato che in brev’ora

 

Sedò il tumulto col prudente detto.

Rinfrancati i garzon, fuggir veloci

Col caro pegno in affannoso petto.

 

E come damma, che dai can feroci

Si è messa in salvo, indietro perigliosa

Guata, e paventa ognor le zanne atroci,

 

Così lor occhi indietro senza posa

Volgevan elli verso la cittade

Che scena ad essi offrì sì dolorosa.

 

Giunsero alfin: da tutte le contrade

Lagrimando accorrevano i devoti

E d’ogni condizione, e d’ogni etade.

 

La sacra salma intanto, fra li voti

E le fervide preci s’incammina

Trionfante nel mezzo ai sacerdoti

 

Ver la magion di Dio; ove vicina

Al sommo Evangelista protettore

Da venti lustri e un anno, ch’or declina

 

Verace onor riceve e lode e onore,

Che fioco or venne. I nostri padri antichi

Ahi con più fé’ l’amavano, e il lor core

 

Sui colli di virtude almi ed aprichi

Con maggior zelo dispiegava i vanni! –

– Ti scuoti adunque; il cuor più non t’implichi

 

Mondano il lezzo, e fa che i tuoi bell’anni

Non deturpi ignominia, o patria mia.

Allor benigno dagli eterei scanni

 

Ti guarderà il gran Santo e quella via

Facil ti renderà che mena al cielo,

Ove, egli guida, dopo questa ria

Carriera, andrem deposto il mortai velo.                                          Giacomo Mazzinelli

                                                 (Viterbo 1881- Tip. Agnesotti)

Programma dei festeggiamenti anno 1840

LA DEVOZIONE A SAN GIUSTINO

Naturalmente, all’epoca dell’arrivo delle reliquie di Martire San Giustino, molti nostri avi mostrarono una straordinaria devozione al nuovo compatrono tanto che si contarono le moltissime famiglie che, nel battesimo, dettero il nome di Giustino ai propri figli. A distanza di oltre duecento anni questa forma devozionale è andata un po’ affievolendo anche per la contemporanea scelta di nomi “esotici” che mal si conciliano con la tradizione del passato che considerava quasi un “obbligo” l’uso di imporre il nome dei propri avi ai nipoti. Occorre dire che, anche oggi, comunque, solo qualcuno dei valentanesi viene chiamato “Giustino” o “Giustina” benché in paese ancora se ne contino diversi.

 

Al tempo della Prima Guerra Mondiale la locale tipografia Martella, già dell’Indipendente e poi De Angelis, stampò una immagine popolare del nostro Santo che veniva distribuita come immagine sacra, seppure delle dimensioni di circa 15 x 20 cm. I parenti di Valentano inviavano ai soldati valentanesi al fronte questo “ricordino”, che ripiegato in ben otto parti, finiva tra i documenti personali che ogni soldato teneva con sé, come accadde al soldato Francesco Saraconi che, in Zona di Guerra, ricevette il “ricordo” del nostro caro Protettore dal cognato Giustino Battellocchi. (si ringrazia per la segnalazione e per la riproduzione dell’immagine l’amico prof. Raffaele Saraconi).