Mastro Titta, “Boja de Roma”

MASTRO TITTA “BOJA DE ROMA”:

PROVE GENERALI A VALENTANO!

 di Romualdo Luzi

 

516 giustiziati «da sé» in 68 anni di «onorevole  servizio»  (dal   1796  a 1864): è questo il biglietto da visita di Mastro Titta, «boja de Roma», al secolo Giovanbattista Bugatti, un personaggio popolarissimo nella Roma papalina tanto che lo stesso Belli lo descrive in ben nove dei suoi scanzonati sonetti.

            Alcuni ricorderanno la commedia «Rugantino» e il simpatico Aldo Fabrizi che impersonava, lui così «bonaccione», proprio Mastro Titta, il quale si presentava, secondo il ritratto tratteggiato dall’Ademollo curatore della pubblicazione «Le annotazioni di Mastro Titta…» (apparse in stampa nel 1886), come «bassotto, grasso, sbarbato, sempre pulito e netto nella persona».

            Quello che doveva divenire un «carnefice modello» aveva iniziato la sua carriera lontano da Roma e di ogni esecuzione annotava scrupolosamente, in un taccuino, il nome del giustiziato, la sua colpa, il supplizio al quale era stato sottoposto, la data e il luogo dell’esecuzione.

            Sulla scorta di queste annotazioni un anonimo scrittore, per incarico dell’editore Edoardo Perino, noto a Roma come «stampatore per il popolo», scrisse nel 1891 un romanzo di sapore popolaresco, ricco di illustrazioni, uscito a dispense, vendute dagli strilloni per le strade di Roma a cinque centesimi l’una.

Immagine di una esecuzione romana di Mastro Titta, eseguita a Piazza del Popolo, nell’incisione popolaresca di Gustavo Rodella. Qui si svolse, il 7 agosto 1797, la quarta esecuzione del “boja di Roma” dopo quella di Valentano.
Immagine di una esecuzione romana di Mastro Titta, eseguita a Piazza del Popolo,
nell’incisione popolaresca di Gustavo Rodella.
Qui si svolse, il 7 agosto 1797, la quarta esecuzione
del “boja di Roma” dopo quella di Valentano.

            Nello scorrere le pagine di questo «polpettone ottocentesco» vediamo come l’annotazione del boia, scarna ed essenziale, diventi un racconto cruento e spaventoso. Amore e morte, disonore, vendette, uccisioni e violenze: Insomma un intruglio composto da tutti gli ingredienti della cronaca nera fa da sfondo a vicende molto spesso inventate. Di vero si conosceva la colpa e la conseguente condanna. Attorno ad esse si creava, di puntata in puntata, una «telenovela» senza fine e si allestiva un vero e proprio «museo dell’orrore».

            Sulla fervida fantasia dell’anonimo scrittore basterà ricordare il caso di Domenico Abbo (1843), decapitato per aver sodomizzato un suo nipote «carnale». Il «carnale» dell’annotazione del Bugatti, diventerà «cardinale». E si capisce bene quale storia si può imbastire sulla violenza fatta a un «nipote cardinale»!

 

CHI BEN COMINCIA….

            Nel romanzo sono narrate così le prime vicende della carriera del carnefice: «Esordii nella mia carriera di giustiziere di Sua Santità, impiccando e squartando a Foligno Nicola Gentilucci (22 marzo 1796), un giovinotto che, tratto dalla gelosia, aveva ucciso quindi un prete e il suo cocchiere, poi, costretto a buttarsi alla macchia, grassato due frati… Trascorsi due mesi meno otto giorni, dovetti ripetere l’ufficio mio e il 14 gennaio 1797 impiccai in Amelia, Sabatino Caramina che aveva commesso un omicidio per bestiale furore e dopo settantaquattro giorni, il 28 marzo 1797, mazzolai e squartai in Valentano Marco Rossi che aveva ucciso suo zio e suo cugino per vendicarsi della non equa ripartizione fatta di una comune eredità…».

            Questa di Valentano, la prima esecuzione nel Viterbese, può anche essere considerata come la prova generale della «prima» romana di Mastro Titta, avvenuta a Piazza del Popolo il successivo 7 agosto, dando inizio così a tutta una serie di «servizi esemplari» che volevano essere la giusta condanna per i colpevoli, un «ammonimento» per delinquenti e rivoluzionari (ricordiamo anche il sacrificio dei patrioti Targhini e Montanari), ma anche e soprattutto uno «spettacolo» vero e proprio atteso e seguito dal popolo e dalla nobiltà romana.

            Per la sua «prima» romana l’annotazione di Mastro Titta è scarna ed essenziale, come suo costume: «4. Giacomo dell’Ascensione, impiccato al Popolo il 7 agosto 1797, per aver ucciso suo zio e suo fratello cugino».

Valentano. Visione Panoramica del paese agli inizi del 1900. A sinistra si nota la rotonda alberata del “Poggio”.

Valentano. Visione Panoramica del paese agli inizi del 1900.
A sinistra si nota la rotonda alberata del “Poggio”.
 

L’ESECUZIONE DI VALENTANO

            A Valentano si è tramandato il ricordo di questa esecuzione avvenuta nel «luogo solito detto il Poggio delle Forche», posto all’inizio del paese verso la strada per Canino, nei pressi della diruta Chiesa di San Rocco, e si conserva la cronaca manoscritta dell’esecuzione e dell’assistenza spirituale prestata al condannato dalla Confraternita o Compagnia della Buona Morte.

            Per la «decollazione al quarto» di Marco Rossi, si dettarono anche precise disposizioni poi osservate scrupolosamente; la cronaca del momento cruciale riporta: «Approssimatasi l’ora fatale per l’esecuzione della Giustizia, che fu verso le ore 15 in 16, entrato il Carnefice, e legato il Paziente per essere condotto al patibolo, null’altro si sentiva pronunziar dal medemo che «Gesù mio ajutatemi», e simili esclamazioni. Nell’uscire dalla Conforteria venne bendato, e così si incamminò al Patibolo preceduto dalla numerosa Compagnia con torce gialle fino al luogo della Giustizia, ove giunto adorò il SS. Sagramento esposto già nella contigua Chiesa di S. Rocco, e terminata l’orazione con somma intrepidezza e rassegnazione, chiedendo perdono a Dio, ed agli uomini intervenuti allo spettacolo, disposto sopra il palco il suo corpo nella maniera più acconcia, che le fu possibile per l’esecuzione presso il bel punto della massima conversione… il Carnefice eseguì il fatal colpo lasciando tutti quanti funestati dalla terribil vista, altrettanto contenti per la bella fondata speranza d’esser volata quell’anima al Celo».

Dettaglio di poggio delle forche, Valentano

Valentano, particolare dell’immagine precedente.
Area del Poggio delle Forche
(luogo delle esecuzioni qui eseguite da Mastro Titta).
Sulla destra, in primo piano, la visione dell’abside
della Chiesa di San Rocco demolita verso il 1955.
Fino al 1950 circa attorno alla rotonda si
correvano corse di cavalli “barberi alla tonda”.
Vi fu disputata una corsa velocipedistica il 22 agosto 1899,
la prima gara di questo tipo nel Viterbese di cui si ha certa notizia.

LE ESECUZIONI NEL VITERBESE

            Il «buon» Mastro Titta venne chiamato più volte a svolgere il proprio servizio nel Viterbese. Dopo Valentano eseguirà 27 condanne a Viterbo, 5 a Ronciglione, 3 a Civita Castellana, 1 ad Acquapendente, a Monterosi, ad Orte e a Corneto (Tarquinia).

Il giugno 1855 fu, per i viterbesi, una vera e propria calamità: tra Viterbo e Ronciglione furono eseguite ben 12 condanne capitali, senza contare che nello stesso anno altre tre persone furono giustiziate ad Acquapendente, Monterosi e Civita Castellana.

Al Bugatti, messo in pensione nel 1864, successe Vincenzo Balducci che fu a Viterbo una sola volta nel 1866.

            Valentano vide all’opera Mastro Titta ancora il 30 settembre 1854, per la decollazione di Angelo Racchetti di Gradoli. Anche questa occasione il condannato venne assistito dai confratelli della Buona Morte e da 6 sacerdoti «confortatori». Il Racchetti «si incamminò con benda agli occhi verso la piazza di San Rocco [così chiamata proprio per la presenza della Chiesa omonima, n.d.r.] ove era eretto il palco, che l’infelice doveva del suo sangue bagnare. Pervenne avanti la Chiesa di S. Rocco dove esposto era il SS.mo Sagramento, e qui ricevette la benedizione. Caduto in un languore, in uno sfinimento mortale ascese il palco, e sottoposto il collo sotto il micidial ferro profferendo le ultime parole “Gesù, Giuseppe, Mari…” esalò lo spirito suo».

            Se uno di questi giorni, girovagando per il Viterbese, vi dovesse capitare di passare per Valentano verso l’imbrunire e cogliere con i vostri occhi un riflesso vermiglio, pensate pure al bagliore dell’ultimo raggio di sole che tramonta, oltre i colli d’Etruria, verso l’orizzonte, ma non dimenticate: potrebbe essere il balenìo del mantello scarlatto di Mastro Titta il cui spirito – si dice – aleggi ancora sul Poggio delle Forche. In quell’istante, fateci caso, dall’alto del campanile scenderanno sul paese sonnolento, i gravi rintocchi dell’Ave Maria…

Roma, Museo Criminale. Ghigliottina usata da Mastro Titta.

Roma, Museo Criminale. Ghigliottina usata da Mastro Titta. 

ESECUZIONI CAPITALI ESEGUITE NEL VITERBESE

da Giov. Battista Bugatti «Mastro Titta»

Questa foto rappresenta un documento eccezionale. Vi è ripresa la postazione della ghigliottina di Via de’ Cerchi, a Roma, per una esecuzione di Mastro Titta.

Questa foto rappresenta un documento eccezionale.
Vi è ripresa la postazione della ghigliottina di Via de’ Cerchi,
a Roma, per una esecuzione di Mastro Titta.

Valentano, 28 marzo 1797. Marco Rossi, mazzolato e squartato, per duplice omicidio.

Viterbo, 21 febbraio 1801. Francesco Petrolani, impiccato e squartato per aver grassato e ucciso un oste con sua moglie.

Ronciglione, 15 dicembre 1802. Francesco Angelo Sorelli, impiccato per omicidio; Giacomo Balletti, mazzolato per parricidio.

Viterbo, 18 dicembre 1802. Domenico Guidi, impiccato per omicidio.

Viterbo, 5 marzo 1803. Gio. Domenico Raggi e Giuseppe Cioneo, impiccati, per omicidi e grassazioni.

Viterbo, 16 ottobre 1816. Carlo Desideri, Luigi Brugiaferro, Giovanni Mora, impiccati e squartati per grassazioni.

Viterbo, 22 aprile 1818. Martino Sabatini e Andrea Ridolfi impiccati e squartati per più grassazioni.

Viterbo, 12 dicembre 1818. Angiolo Antonio Piccini, impiccato per delitti, grassazioni e omicidio.

Viterbo, 26 ottobre 1820. Leonardo Narducci di Ischia, impiccato e squartato per omicidi e grassazioni.

Viterbo, 6 maggio 1826. Lorenzo Raspante, decapitato per omicidio.

Luogo non precisato, fra il marzo e l’aprile 1838. Ilario Ilari e Pietro Paolo Panci di Corneto, giustiziati. Non è indicato il reato.

Viterbo, 17 aprile 1838. Domenico Caratelli e Giuseppe Bianchi di Velletri, decapitati quali grassatori.

Civita Castellana, 1 aprile 1840. Pietro Bidei, decapitato per omicidio e grassazione.

Civitavecchia, 27 marzo 1841. Damiano Marconi di Capranica, Antonio Demassini della Fratta, Angelo Casini di Carbognano, decapitati per omicidio nella Galera di Civitavecchia.

Viterbo, 30 luglio 1842. Pasquale Grespaidi, decapitato per l’uccisione di un carabiniere.

Ronciglione, 24 gennaio 1843. Giuseppe Ricci di Caprarola, decapitato per omicidio.

Viterbo, 8 ottobre 1853. Vincenzo lancoli di Ronciglione, reo di grassazione e omicidio; Francesco Valentini di Latera (non si conosce il reato); Francesca Levante vedova Ferruccini, omicidio. Decapitati.

Valentano, 30 settembre 1854. Angelo Racchetti di Gradoli, decapitato per omicidio.

Ronciglione, 28 novembre 1854. Giovannino Leoni di Caprarola, decapitato per omicidio e incendio del corpo dell’ucciso.

Acquapendente, 16 gennaio 1855. Pietro Muzi di Trevinano, decapitato per grassazione e omicidio di un suo compare. «Morì impenitente».

Ronciglione, 23 giugno 1855. Filippo Troncarelli, decapitato per fratricidio.

Viterbo, 25 giugno 1855. Crispino Bonifazi di Viterbo, giustiziato per matricidio.

Francesco Bertarelli di Viterbo, giustiziato per grassazione. Antonio Moschini di Casali di Viterbo, giustiziato per grassazione. Giovanni Cruciani di Rieti, decapitato per grassazione.

Viterbo (?) 26 giugno 1855. Paolo Moretti di Montefiascone, decapitato per duplice omicidio.

Viterbo (?) 27 giugno 1855. Pietro Antonio Barbero di Grotte di Castro, giustiziato per grassazione.

Viterbo, 30 giugno 1855. Giosuè Mattioli di Viterbo, giustiziato per grassazioni.

Neri Domenico Vetrella, giustiziato per grassazioni.

Benedetto Ferri di Casali di Viterbo, giustiziato per grassazioni. Salvatore Tarnalli di Casali di Viterbo, giustiziato per grassazione.

Monterosi, 7 agosto 1855. Pietro Ciprini di Viterbo, giustiziato per grassazione.

Civita Castellana, 18 ottobre 1855. Germano Proietti, decapitato.

Orte, 16 marzo 1858. Davide Foschetti di Bassanello, decapitato per omicidio.

Viterbo, 16 marzo 1858. Carlo Camparini, giustiziato per omicidio e grassazione.

Civita Castellana, 8 gennaio 1859. Vincenzo Lodovici, decapitato per omicidio.

Luogo non precisato, 2 marzo 1859. Giovanni Cosinia di Carbognano, giustiziato per omicidio.

Viterbo, 17 settembre 1859. Giuseppe Lepri e Pietro Pompili di Civitella d’Agliano, decapitati per grassazione.

Corneto (Tarquinia), 21 luglio 1860. Luigi Finochi, decapitato per uxoricidio.

 

Decapitazioni eseguite da Vincenzo Balducci, successore di «Mastro Titta»

Viterbo, 17 febbraio 1866. Salvatore Silvestri.

 

                                                                                                          Romualdo Luzi